PROSSIMI CORSI DI FORMAZIONE ON-LINE DELL’UNIVERSITA’ DI FERRARA
Pubblicato: 16/02/2012 Filed under: Generale | Tags: corsi di formazione, diritti, minori, tutela, università ferrara Lascia un commento »
Tutela e protezione delle soggettività di genere
La tutela dei diritti delle nuove famiglie
La consulenza tecnica alla magistratura (CTU)
Esperienze di teatro sociale (laboratorio pratico)
Gli interventi educativi a sostegno della genitorialità
L’ascolto del minore
Guarda gli altri corsi di formazione on-line dell’Università
tutela, diritti e protezione dei minori a.a. 2011/2012
QUOTA DI ISCRIZIONE PER UN CORSO: 200€
I CORSI SONO ACCREDITATI DAGLI
ORDINI DEGLI AVVOCATI E ASSISTENTI SOCIALI E RICONOSCIUTI DAL MIUR
Saranno compresi nel costo del corso che sceglierai i seguenti seminari, anch’essi accreditati,
in presenza o on-line: Guarda qui tutti i seminari accreditati e gratuiti per i corsisti
I seminari si svolgeranno presso l’Università di Ferrara (sede di Argenta o Ferrara) o on-line sulla piattaforma didattica.
Per informazioni: elena.barbieri@unife.it
TEL: 0532 800050
COMUNITA’ E FAMIGLIA. TEORIA E PRASSI DI UNA RELAZIONE COMPLESSA.
Pubblicato: 16/02/2012 Filed under: Generale | Tags: comunità residenziali per minori, contesti famigliari, interazioni tra famigliari ed educatori Lascia un commento »Di Nicola Antolini.
Rel. D.ssa Paola Bastianoni.
La tesi si struttura essenzialmente in due parti, che affrontano il tema dei rapporti tra le comunità residenziali per minori ed i diversi contesti famigliari, intesi sia come famiglie concrete – le famiglie dei ragazzi ospiti con cui gli operatori sempre più spesso si confrontano –, sia come “famiglie” in senso lato, – ritmi, tempi, modi, relazioni e compiti evolutivi propri dei contesti famigliari, o condivisi dalle comunità con famiglie caratterizzate da strutture apparentemente particolari (Bastianoni, Fruggeri).
Nella prima parte, essenzialmente compilativa e riassuntiva di alcuni contenuti del master, si vogliono richiamare i presupposti teorici del lavoro di comunità che orientano alcune caratteristiche del contesto in senso famigliare, considerando la vita famigliare come un’esperienza emotiva e cognitiva fondamentale per lo sviluppo dei bambini, da riprodurre, per alcune caratteristiche qualificanti, anche nei contesti residenziali e di cura.
In questa parte, si tenta di rispondere ad un interrogativo di fondo, che serve ad esemplificare alcune funzioni dei contesti famigliari e che può delineare alcune aree di intervento specifiche per il lavoro di comunità: sotto quali punti di vista, ed in quale misura, la comunità può essere considerata, o dovrebbe funzionare come una famiglia?
La quotidianità strutturata sulla base di un progetto terapeutico globale, la funzione essenziale di scaffholding e tutoring esercitata dagli educatori nei confronti dei ragazzi e un ambiente quotidiano cadenzato da ritmi e rituali ascrivibili ai contesti famigliari, possono essere scelte concrete e metodologie che facilitano la comunicazione tra i diversi contesti, e che contribuiscono a creare un “ponte” tra “comunità” e “famiglia”, una linea di continuità tra l’esperienza di comunità e l’esperienza della vita famigliare, pur in una situazione di separazione del bambino dalla propria famiglia d’origine.
Ma è soprattutto la qualità dei rapporti a strutturare in senso positivo tale possibile continuità: nella prima parte del master (Bastianoni), si mette in evidenza come una relazione stabile, responsiva e supportiva possa rappresentare una “base sicura” (Bowlby, Ainsworth) per bambini e ragazzini, anche nel caso di traumi profondi e carenze che abbiano contrassegnato le precedenti esperienze relazionali. Una serie di relazioni affettive, empatiche, stabili, costanti nel tempo, e consapevolmente orientate al benessere dei bambini, possono costituire la base per veri e propri “legami di attaccamento” con i caregivers secondari (educatori), che, rispetto ai traumi passati ed ai legami incerti e carenti con i caregivers primari (genitori, famigliari), possono svolgere una decisiva funzione riparatrice, aiutando i bambini a superare compiti di sviluppo che sembravano non essere più alla portata, e a riprendere un percorso di crescita caratterizzato, per quanto possibile, da condizioni di salute e di benessere. Allo stesso tempo, tali legami possono rappresentare la base relazionale di empatia e fiducia necessaria alla verbalizzazione, e quindi alla ri-significazione, degli eventi traumatici passati, che pure deve trovare spazio in contesti specifici di cura e altamente professionalizzati (sostegno psicologico e psico-terapia).
Nella seconda parte della tesi, vengono richiamate due diverse storie di bambini in comunità, molto diverse tra loro, che vengono analizzate alla luce della proposta teorica presentata. A partire dagli eventi concreti che le hanno caratterizzate, e dai presupposti sopra esposti, viene proposta una lettura, a distanza di tempo, dei vissuti di bambini ed educatori, ed una analisi delle scelte fatte e sulle possibili strade che si potevano percorrere, e che non sono state esplorate. Soprattutto, sulla base dell’esperienza empirica, la tesi propone un’analisi delle relazioni tra comunità e famiglie reali. Quasi sempre, la presa in carico delle famiglie in difficoltà, quando prevede un allontanamento del minore dalla famiglia, prevede anche una divisione dei compiti tra i diversi attori istituzionali che hanno la responsabilità del caso. Volendo riassumere con una generalizzazione, la famiglia viene seguita in via quasi esclusiva dagli operatori dei servizi, mentre i minori presenti in comunità sono affidati alle attenzioni e alle cure degli educatori residenziali.
In realtà, le interazioni tra famigliari ed educatori sono spesso frequenti, e rappresentano una componente relazionale che può avere grande influenza sulla riuscita dei progetti e sulla situazione emotiva dei bambini.
Non sempre è facile decidere a priori quale sarà il grado di coinvolgimento e quali dovranno essere le relazioni tra educatori e famigliari: sebbene una relazione positiva, in un’ottica di cooperazione e co-evolutiva, sia assunta in letteratura come fattore positivo e potenziale di crescita, (Fruggeri, Saglietti Zucchermaglio 2011) non sempre le famiglie possono essere coinvolte nel percorso di comunità dei bambini.
Quando il coinvolgimento è possibile, tuttavia, agli educatori di comunità sono attribuiti compiti soprattutto osservativi, funzionali alla valutazione sul possibile recupero della “genitorialità”, mentre altri compiti ed ambiti relazionali, sono demandati al caso, od assegnati in modo informale, quindi non strutturati in modo progettuale, e sostanzialmente non verificati nel tempo (Pedrocco Biancardi, Soavi 2011; Milani 2009).
Vi sono prassi che a volte prescindono dai criteri di progettualità: le prassi legate al caso sono rischiose, e possono produrre risultati contraddittori. A partire dall’esperienza reale, dalle prassi e dalle linee di intervento consolidate, sarebbe bene che gli educatori di comunità avviassero una riflessione sul proprio ruolo, e sulle relazioni ed i modelli teorici che influenzano o determinano le loro interazioni con le famiglie dei bambini ospiti. Sarebbe forse un modo per produrre risultati ed interventi più coerenti, e per formalizzare proposte e progetti le cui potenzialità non sempre vengono esplorate.
MINORI. LIMITARE TERAPIE FARMACOLOGICHE E SPROPORZIONATA SEGNALAZIONE DSA
Pubblicato: 16/12/2011 Filed under: Psicoterapia minori | Tags: bambini, minori, psicoterapia, tutela Lascia un commento »MINORI. LIMITARE TERAPIE FARMACOLOGICHE E SPROPORZIONATA SEGNALAZIONE DSA
DOMANI CONFERENZA STAMPA PRESSO AULA MONTECITORIO SU DISTURBI APPRENDIMENTO, CON DATI RICERCA IDO.
“Nessun medico può essere obbligato a somministrare un farmaco che non ritenga adatto al malato. Si tratta di un grave abuso di autorità, anche perché nell’ambito dell’azienda sanitaria ci vuole maggiore rispetto per le reciproche competenze. Se i medici ritengono che ci sia un problema di ordine psicopedagogico, prima di passare ai farmaci bisogna necessariamente esplorare tutte le iniziative di carattere formativo ed educativo”. Lo ha dichiarato il responsabile mondo Scuola Udc, onorevole Paola Binetti, in merito a quanto avvenuto nell’Ausl di Modena, dove un gruppo di neuropsichiatri infantili ha protestato, dando le dimissioni, pur di non essere “obbligati con ordine di servizio a prescrivere farmaci che non ritenevano appropriati” per la cura di alcuni bambini.
E proprio contro l’abuso di terapie farmacologiche e per arginare il problema legato alla sproporzionata segnalazione dei disturbi specifici dell’apprendimento(Dsa) o della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), che domani nella sala delle conferenze stampa di Montecitorio, in Via della Missione 6 alle ore 11, l’Istituto di Ortofonologia (IdO) presenterà i risultati di un indagine condotta nelle scuole materne ed elementari per individuare i bambini a rischio Dsa, in occasione della conferenza stampa sul tema ‘La scuola dell’obbligo ed i disturbi specifici dell’apprendimento’.
“Invece di prescrivere farmaci – ha proseguito Binetti – ci sarebbe bisogno di una tata tutor, come avviene nel programma televisivo ‘Sos tata’, per reinsegnare nelle famiglie a gestire autorità e affettività. Più educazione e meno Ritalin e medicalizzazione – ha spiegato – perché non bastano dei consigli generici, occorre un aiuto concreto come un intervento psicopedagogico domiciliarizzato”.
Della stessa opinione è il giornalista scientifico e portavoce del comitato ‘Giù le mani dai bambini’, Luca Poma, sostenendo che bisognerebbe inserire per i medici una nuova patologia: “alcuni psichiatri – ha affermato – dovrebbero essere curati per bulimia da diagnosi, a causa di questo vizio tutto americano di medicalizzare sempre il disagio. Una prassi – ha precisato – che deve essere assolutamente contrastata”.
Per il giornalista, “sono pochi i fondi destinati ad incentivare le cure integrate e quindi le sirene del distributore automatico delle pillole della felicità sono suadenti per i medici che come principale risorsa psicoterapeutica hanno il farmaco”. Poma ha sottolineato come vada radicalmente cambiata questa logica, dato che “i motivi del vero malessere del bambino non possono ovviamente essere curati con delle pillole”.
Fortunatamente, secondo il direttore dell’Ido Federico Bianchi di Castelbianco, “’l’Adhd è poco presente nel nostro paese, grazie alla serietà di tanti operatori (pediatri, psicologi e psichiatri), ma è necessario sottolineare che in Italia non esiste una modalità diagnostica obiettiva, confondendo sintomi vari, che non hanno una radice reale, come deficit di attenzione e iperattività”.
Anche per l’onorevole Mariella Bocciardo “bisogna approfondire la manifestazioni dei disagi da parte dei bambini, poiché troppi vengono considerati dislessici quando in realtà non lo sono, o ancora non è giusto che spesso alcuni disagi siano erroneamente diagnosticati come Adhd, condizionando poi tutto il futuro del bambino. Non si devono semplificare le problematiche – ha denunciato – utilizzando i farmaci. Abbiamo tante responsabilità e mi auguro che questo momento così difficile porti a riflessioni profonde. I bambini sono il nostro futuro e noi dobbiamo tutelarli, sapendo che i farmaci sono l’ultima spiaggia”.
Infine, conclude Castelbianco, “ci auguriamo che venga presa una posizione netta anche sulla cosiddetta scientificità dei questionari somministrati nelle scuole e nelle famiglie, da cui si formulano diagnosi che possono dare corpo a trattamenti farmacologici”. È una questione cruciale anche per Bocciardo, poiché “il problema non è semplicemente abrogare i farmaci, ma normarne l’uso per la cura dei bambini e degli adolescenti”.
Tra i presenti alla conferenza stampa, su ‘La scuola dell’obbligo ed i disturbi specifici dell’apprendimento’, il direttore dell’IdO, Federico Bianchi di Castelbianco; il responsabile del mondo Scuola Udc, onorevole Paola Binetti; il membro della XII commissione Affari sociali, onorevole Mariella Bocciardo.
Rachele Bombace
Ufficio Stampa – Istituto di Ortofonologia – IdO
Via G. Marchi n. 4 Roma
Cell. 334 6534305 – Tel. 06 45499518
Giornata mondiale per la prevenzione dell’abuso sull’infanzia ONU
Pubblicato: 18/11/2011 Filed under: Generale Lascia un commento »Il 19 novembre è stata dichiarata dall’Onu la Giornata mondiale per la prevenzione dell’abuso sull’infanzia.
Ecco un importante articolo del Corriere della Sera che appoggia la campagna «Io proteggo i bambini» lanciata da Terre des Hommes, ong internazionale da sempre in prima fila a sostegno dei diritti dei più piccoli, degli indifesi.
Articolo Corriere della Sera: Campagna «Io proteggo i bambini»
Un’esperienza con i bambini della Tanzania
Pubblicato: 14/10/2011 Filed under: Antropologia e minori | Tags: bambini, diritti, integrazione, minori, protezione, tanzania, tutela Lascia un commento »Durante il nostro soggiorno in Tanzania, presso l’Associazione Nyumba Ali, alle porte della città di Iringa, abbiamo operato fianco a fianco con le Dade locali e i Volontari del Servizio Civile Internazionale, sotto la supervisione di Bruna e Lucio dell’Associazione Nyumba Ali.
Il luogo in cui si accolgono i bambini è comparabile ad un Centro Diurno, anche se dalle famiglie dei bambini è percepito come una vera e propria Scuola.
Abbiamo installato postazioni informatiche accessibili, avviando attività con utilizzo di hardware e software atti a supportare le abilità cognitive e la comunicazione dei bambini, oltre che seguirli nelle attività di gioco nella palestra attrezzata.
Miriam e Francesco, Volontari del servizio civile internazionale, sono un anello importante di collegamento tra le famiglie dei bambini e il lavoro del Centro; li abbiamo seguiti durante la settimana quando si recano a casa di alcuni dei bambini per visite domiciliari, portando avanti un lavoro di sensibilizzazione e di integrazione non solo a livello familiare ma a livello di villaggio e quartiere, Cercare di integrare nella comunità bambini disabili considerati “figli del demonio” ha una valenza importantissima. Nonostante le difficoltà di ciascun bambino, ciò che ha colpito è stata la loro curiosità, la voglia di mettersi in gioco, la disponibilità a provare nuovi strumenti, mai visti prima e mai utilizzati o visti utilizzare da altri. È stata nostra cura avviare ognuno di loro all’uso del computer in modo ludico e divertente, tenendo conto di step ben calibrati. Abbiamo inoltre dovuto adattare le postazioni per renderle accessibili tenendo conto dei disturbi motori di ciascuno, ma in alcuni casi le tappe previste sono state ampiamente bruciate dai bambini.
Il gioco insieme ha permesso anche a noi di impadronirci di pochi ma utili rudimenti della lingua locale (Swahili), il minimo di vocabolario indispensabile per abbattere la barriera della comunicazione. Fondamentale in questo senso l’apporto dei ragazzi del Servizio Civile Volontario, mediatori linguistici indispensabili.
Elena Bonfà è educatrice per l’integrazione scolastica nelle scuole del Comune di Ferrara.
Francesco Ganzaroli è consulente e formatore presso il Centro servizi e consulenze per l’integrazione dell’Istituzione dei Servizi educativi, scolastici e per le famiglie del Comune di Ferrara.
Master Tutela, diritti e protezione dei minori
Pubblicato: 20/09/2011 Filed under: Corsi, Generale | Tags: corso, diritti, master, minori, protezione, tutela Lascia un commento »Buongiorno a tutti!
Anche quest’anno l’Università di Ferrara propone il master in “Tutela, diritti e protezione dei minori“
Il master è ormai giunto alla sua VI edizione, a testimonianza della qualità delle docenze e dei contenuti espressi e grazie alla grande partecipazione ed interesse incontrato tra gli operatori del settore. Le attività curriculari ed extra-curriculari organizzate ogni anno, le numerose collaborazioni instaurate ed i rapporti costanti tra i docenti e i corsisti ed ex corsisti hanno infatti consentito di ripetere e proseguire questa importante esperienza oltre la durata normale del corso.
Il master è caratterizzato da 4 indirizzi: Giuridico, Educativo/Didattico, Psicologico e Sociale.
Il master, grazie alla Didattica a distanza si rivolge anche a studenti-lavoratori e residenti fuori regione. I numerosi Seminari, in presenza o on-line, offrono inoltre un confronto diretto con gli autorevoli docenti del corso.
Il master è in fase di accreditamento all’Ordine degli Avvocati e degli Assistenti Sociali.
Ecco la presentazione da parte della prof.ssa Paola Bastianoni, Direttore del master.
Per maggiori informazioni visitate il sito!
A presto!
Leonardo
Corso Maltrattamento e abuso sessuale sui minori
Pubblicato: 20/09/2011 Filed under: Corsi, Generale | Tags: abuso, corso, maltrattamento, minori, tutela, università ferrara Lascia un commento »Buongiorno a tutti!
Anche quest’anno l’Università di Ferrara propone il corso di formazione/perfezionamento in “Maltrattamento e abuso sessuale sui minori: progettare e organizzare gli interventi delle forze dell’ordine e dell’accoglienza residenziale“
Il corso è ormai giunto alla sua VI edizione, a testimonianza della qualità delle docenze e dei contenuti espressi e grazie alla grande partecipazione ed interesse incontrato tra gli operatori del settore. Le attività curriculari ed extra-curriculari organizzate ogni anno, le numerose collaborazioni instaurate ed i rapporti costanti tra i docenti e i corsisti ed ex corsisti hanno infatti consentito di ripetere e proseguire questa importante esperienza oltre la durata normale del corso.
Il corso si rivolge principalmente alle Forze dell’Ordine e ai settori Giuridico, Psicologico ed Educativo. Il corso, grazie alla Didattica a distanza si rivolge anche a studenti-lavoratori e residenti fuori regione. I numerosi Seminari, in presenza o on-line, offrono inoltre un confronto diretto con gli autorevoli docenti del corso.
Il corso è in fase di accreditamento all’Ordine degli Avvocati e degli Assistenti Sociali.
Ecco la presentazione da parte della prof.ssa Paola Bastianoni, Direttore del corso.
Per maggiori informazioni visitate il sito!
A presto!
Leonardo
Giovani, opzione omosessuale e libertà
Pubblicato: 06/09/2011 Filed under: Omosessualità | Tags: diritti, minori, omosessualità, protezione, tutela Lascia un commento »L’organizzazione mondiale della sanità, stima, sulla base di studi e statistiche sviluppate sull’argomento, che circa il 30% dei giovani che si suicidano siano omosessuali, e che la presa di coscienza di questo fatto sia un dato determinante nella scelta suicidaria.
Studi recenti affermano che un giovane omosessuale ha tre volte più probabilità di un coetaneo eterosessuale di tentare il suicidio.
Partire da questi dati è decisamente necessario per sgomberare subito il campo circa la rilevanza o meno dell’argomento.
È in quest’ottica che va intesa la tutela delle soggettività di genere, tenendo cioè presente che è un tema cruciale nello sviluppo di ogni persona, e che può, ha avuto e continua a avere esiti tragici.
Il soffocamento delle libere espressioni della propria sessualità e della propria affettività crea un evidente disagio che ogni omosessuale può testimoniare secondo la propria esperienza e sensibilità.
La costruzione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale è uno dei cardini dello sviluppo dell’individuo, ed è evidente che dove risiede uno stigma sociale e culturale che si contrappone al sentire individuale lungo questa direttrice, si crea un contrasto e una frattura, a volte non sanabili.
Parlare della tutela dell’identità di genere diventa dunque un discorso che è lungi dall’essere solo un discorso sull’individuo, sulle cause vere o presunte di tale orientamento, ma comprende di necessità una riflessione sul contesto sociale, culturale e infine politico della società in cui l’individuo è inserito. Riflessione che deve essere preliminare alla ricerca e elaborazione di pratiche positive di pensiero e azione che siamo improntate al riconoscimento della pari dignità delle scelte e degli orientamenti sessuali e affettivi.
È una riflessione per tentare la quale è necessario sgomberare la mente da preconcetti e pregiudizi, ovvero partendo da una condizione di tabula rasa di tutto quello che si crede di sapere su sesso e genere, senza averlo mai sottoposto a riflessione critica e/o a verifica.
In particolare mi riferisco al concetto di “natura”, che è il concetto più spesso usato a vari livelli, amicale, familiare, religioso e politico per squalificare le persone non eterosessuali e i loro desideri e bisogni come devianti.
La relazione eterosessuale assunta a paradigma della nostra società è data per naturale, e lo è precisamente per il suo fine procreativo. Dire che per procreare ci vogliono un maschio e una femmina sembra essere la più vincente e poderosa delle affermazioni che si possano fare per falciare di netto ogni altra eventuale espressione che da questa si differenzi.
Tutta la nostra società e cultura si basa su questo assunto, elevando un principio procreativo a norma e misura di tutto l’esistente, a norma e misura dell’affettività e dell’emotività, della vita sentimentale e con un tale armamentario simbolico e di significato da risultare schiacciante.
Un individuo in fieri che senta di avere espressioni altre da questa dentro si sé corre il rischio di sentirsi innaturale, fuori contesto, bizzarro scherzo della natura, appunto, e di non ritenere adeguate, quando non del tutto sbagliate, le sue espressioni emotive e affettive più naturali e spontanee.
L’approccio dunque a questi discorsi in maniera seria e non ideologica, deve partire dai dati di fatto, dalle ricerche e dagli studi fatti in questi anni, le quali ci dicono che identità di genere e orientamento sessuale non sono scontate né immutabili, non esistono prove certe della loro derivazioni dal dna, né dall’ambiente familiare o culturale, ma che sono processi composti di molte variabili. Occorre tenere presente che l’opzione omosessuale non è che una variante naturale e normale del comportamento affettivo umano, come di molte altre specie animali.
La tutela della identità di genere, con tutto il suo portato critico e di discussione sull’esistente, va intesa allora come tutela più ampia rispetto al solo dato legato all’orientamento, come tutela di una più ampia libertà espressiva dell’individuo che rischia di soccombere sotto il peso schiacciante del pregiudizio e dell’emarginazione sociale.
Michela Poser (Arcilesbica Ferrara)
Bibliografia ragionata contro gli stereotipi di genere
Ancora sulla violenza assistita, un altro importante contributo…
Pubblicato: 12/07/2011 Filed under: Psicoterapia minori | Tags: abuso, bambini, maltrattamento, minori, protezione, psicoterapia, tutela, violenza Lascia un commento »Vorrei riprendere dall’ultima parte dell’intervento della Prof.ssa Biancardi ossia il riconoscimento dell’importanza che ha una diagnosi precoce, una diagnosi efficace, una diagnosi che sappia dirigere il trattamento e la presa in carico dei pazienti.
Da quando ho letto il post della professoressa mi è tornato alla mente un seminario a cui ho assistito a maggio 2010 dal titolo: “Trauma psicologico e strategie di intervento: tra vecchie e nuove diagnosi” che ha avuto come relatore principale il prof. Alessandro Vassalli (1,2).
Vorrei provare a condividerlo con voi sia per lo spessore teorico e la ricchezza emotiva di quella giornata ma soprattutto per la fotografia che ha permesso di scattare sullo “stato dell’arte” del trauma acquisito fino ad oggi. In questo senso sembra si stia rafforzando sempre di più la sinergia tra gli studi di neuroscienza e quelli psicologici sui disturbi da stress post-traumatici e nella clinica è presente un protocollo dei disturbi post-traumatici da stress che al momento sembra raccogliere consenso attorno a 3 fasi:
1 – La messa in sicurezza del paziente. Questa fase, molto delicata e importante, è ritenuta basilare, conditio sine qua non, per creare un “posto sicuro in cui poter parlare”, “una zona calma” e dove (anche se può sembrare scontato dirlo) è fondamentale che il trauma non possa essere perpetuato.
2 – solo una volta che sono state create le condizioni di stabilità e sicurezza si possono creare le condizioni per rivisitare l’evento traumatico con tutte le sue perdite dovute proprio al trauma stesso inteso come uno spartiacque tra ciò che è la vita precedente a tale evento (pre-trauma) e ciò che verrà dopo (post-trauma). Il perduto del trauma, ciò che è stato perduto “quel e da quel” giorno sono in questo senso l’insieme di quei sentimenti emotivi basilari per la vita umana e che la vittima sente di avere perduto. Ad esempio: la fiducia generale negli esseri umani, quella di essere amate, la speranza di riparare a una relazione con la figlia (ormai morta), il sentimento di non avere un proprio futuro …
In questa fase del lavoro, queste tante “piccole cose di valore inestimabile (3)” vengono progressivamente rivisitate, integrate tra memoria e sensazioni a partire da una frammentazione che porta il paziente all’inizio del suo racconto in terapia. Tale fase può permettere l’elaborazione del trauma, l’elaborazione dei tanti lutti e delle tante perdite.
3 – Ricollegamento alla vita reale: “le persone non tornano quelle di prima ma di nuovo “sufficientemente buone”; il mondo non è più un posto sicuro e ci sarà sempre una ferita da rispettare ma ora può recuperare un suo mondo” (4).
Durante il seminario sono stati presentati diversi casi. Tutti simili sia per la violenza del trauma subito sia perché le vittime erano tutte donne. Si differenziavano invece per la risposta che queste donne hanno avuto al trattamento da protocollo appena descritto.
La risposta a tale trattamento infatti è stata assai diversa. A volte è stato positivo e a volte ha aggravato l’escalation (attraverso chiusura/isolamento fino a comportamenti suicidiari).
La soluzione a questa diversità di risposta al trattamento sembra essere la personalità pre-traumatica. Questo punto ha messo in luce come non solo sia importante capire i sintomi (intrusivi, di allarme ed evitanti) ma anche quale sia il substrato del funzionamento pre-traumatico.
Tale “nodo diagnostico” ha fatto sì che il prof. Vassali abbia preannunciato il cambiamento del prossimo DSM V e ha aperto una finestra sul futuro prossimo delle diagnosi in questo ambito.
Sono state così presentate alcune nuove categorie diagnostiche come il Disturbo da Stress Estremo NAS, il Disturbo Post-Traumatico da Stress Complesso e, più recentemente, il Disturbo Traumatico dello Sviluppo.
Un’ importanza nosografica che si fa sentire non solo a livello teorico ma come indicatore dell’intervento stesso che consente di muoversi tra protezione ed esplorazione nel processo terapeutico….
1 – Alessandro Vassalli: psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista SPI
2 – Abstract seminario:
3 – Cortometraggio: “Piccole cose di valore non quantificabile” di Paolo Genovese e Luca Maniero.
“Grazie alla levità e alla delicatezza dei toni utilizzati dai due autori per descrivere la storia, il “corto” può aiutare a comprendere tanto le difficoltà che chi è abusato incontra nel denunciare la propria condizione, quanto, allo stesso tempo, quelle di chi deve raccogliere la denuncia a calarsi nel ruolo di “interprete” mai invadente, anzi pronto a decifrare con intelligenza i segnali solo apparentemente oscuri di chi ha subito un sopruso troppo grave per essere descritto attraverso il linguaggio di tutti i giorni”. (http://www.pariopportunita.al.it/index.php?option=com_content&view=article&id=182:visione-del-cortometraggio-piccole-cose-di-valore-non-quantificabile-&catid=33:news&Itemid=60)
4 – Herman J.L. (2005), Guarire dal trauma, Magi.
Dott.ssa Licia Barrocu – Università di Ferrara
Violenza assistita, una sentenza importante: continua…
Pubblicato: 11/06/2011 Filed under: Normativa minori | Tags: abuso, diritti, figli, maltrattamento, minori, protezione, tutela Lascia un commento »Ringrazio il dott. Chiarelli per aver segnalato il tema e sollevato un problema grave e frequente.
La sottovalutazione, infatti, della violenza – e della gravità della sua ricaduta sul sistema evolutivo dei figli che vi assistono – è purtroppo un dato diffuso.
Assistere ad atti di violenza pur senza esserne coinvolti sul piano fisico, crea, contrariamente a quanto quegli avvocati avevano affermato, anche negli adulti disagi più o meno gravi, scompensi respiratori, sussulti emotivi, attacchi d’ansia, ricordi inquietanti anche per lungo tempo; tutti indicatori di esperienza traumatica. Ogni adulto è in grado di riconoscerli in se stesso se solo ricostruisce le emozioni provate allo scoppiare di una rissa tra persone a lui estranee nella quale è stato coinvolto solo come spettatore.
Ma quando si tratta di violenza domestica assistita sono da valutare ben altre variabili:
-
l’età della vittima, quanto più giovane, tanto più impotente e indifesa di fronte ad assalti emotivi (1);
-
il legame profondo, intimo, di dipendenza fisica e affettiva della vittima con entrambi i protagonisti, e la gravità del contraccolpo emotivo e destabilizzante che scene di violenza tra loro produce;
-
l’insorgenza di fantasie e fantasmi negativi sul futuro, che resta come bloccato dalla disperazione provocata dal ritrovarsi ripetutamente al centro di episodi violenti;
-
la preoccupazione per la propria incolumità e la sopravvivenza delle persone più care, che teme di perdere;
-
la confusione nell’attribuzione di colpe e l’inquietudine suscitata dall’istintivo bisogno di intervenire in difesa di quello che appare il più debole, pur nella consapevolezza di impotenza;
-
la ripetitività di queste esperienze che giungono a configurare una situazione di trauma cronico, cioè di clima traumatico costante, pervasivo, che colora tutte le esperienze esistenziali della vittima;
-
lo stato continuo di allerta suscitato dal terrore di eventuali nuovi episodi violenti. (2)
Questa condizione di estrema tensione psichica che, dalla contemporaneità dei gesti violenti assistiti passa pian piano a permeare il clima della convivenza anche nei momenti di quiete, ha riflessi pesanti sul sistema endocrino e conseguentemente sulla salute del soggetto, fino a produrre danni al sistema cognitivo, disturbi dell’alimentazione, del ciclo sonno-veglia; della competenza relazionale e sociale.
La violenza domestica, infatti, provoca non solo nel momento dello scoppio, ma nel continuum della vita familiare uno stato di allerta per eventuali successive insorgenze.
La letteratura scientifica segnala il rischio di diagnosi erronee rispetto ai sintomi provocati dalla violenza,
inclusa la violenza assistita.
Tra l’altro si parla ormai, nei manuali diagnostici psichiatrici internazionali più autorevoli, (DSM IV-TR; ICD 10) di sindrome post traumatica, cioè di un complesso di sintomi che configurano un Post Traumatic Stress Desorder (PTSD).
(1). “Se un trauma nella vita adulta mina le strutture di una personalità già formata, nell’infanzia esso forma e deforma la personalità. Il bambino, intrappolato in un ambiente prevaricante, si trova a dover affrontare un compito di adattamento di grande complessità. Dovrà trovare una strada per conservare un senso di fiducia in gente inaffidabile, sicurezza in un ambiente insidioso, controllo in una situazione di assoluta imprevedibilità, senso di potere in una situazione di assoluta mancanza di potere”. (Herman J.L. (2005), Guarire dal trauma, Magi, p.131.
(2). “Quando torno da scuola, ancora sulle scale chiedo a mamma sottovoce se papà è in casa e respiro se dice di no. Ho rotto un bicchiere involontariamente, sparecchiando; papà mi ha investito di urla, mamma ha detto che sono solo una bimba e lui le ha dato uno schiaffo”. (p.61).”Sotto il casco, mentre mi asciugo i capelli, piango perché papà ha picchiato Carro (il fratello maggiore, n.d.r.), ma proprio tanto. Non ricordo che mai mi abbia picchiata così. …Non prendo le botte (perché sono femmina, può darsi). Piango sotto il casco con i capelli bagnati e la faccia in fiamme per il caldo e la paura e il dolore per Carro ridotto così. Non lo so perché lo ha picchiato, non lo so più. Ricordo solo che è successo, era rosso di botte e anch’io dal gran piangere avevo la faccia in fiamme” (p.71) “Ho mal di pancia. Ho 8 anni. Quando succede dico alla mamma che il latte alla mattina non lo voglio più. Il dottore… dice che ho una malattia della pancia che si chiama colite spastica” Elena Dì (2010) è la protagonista e l’autrice di una storia vera di violenza assistita: “Con voce bambina”, ed. La Meridiana. Da consigliare agli avvocati del caso presentato dal dott. Chiarelli.
Maria Teresa Pedrocco Biancardi



